Di Daniela Proietti
Montecalvello è il regno degli opposti. Te ne accorgi appena arrivi. Sembra un borgo disabitato, la scuola è ormai in rovina ma tre bambini giocano allegri vicino ad un vecchio lavatoio. Le case sono basse e all’apparenza modeste: il castello le sovrasta.
Un grande arco introduce a stretti viottoli che si aprono sulla corte, la cui protagonista è una fontana cinquecentesca che rompe il silenzio con lo zampillio dell’acqua. I colori evidenziano ancor più forte il contrasto. Il verde dei boschi circostanti stride col grigio della pietra.
Da Viterbo si devono percorrere poco più di 20 chilometri per giungere alla frazione. Superato l’abitato di Grotte Santo Stefano, si procede in direzione nord-est alcuni per chilometri e, lungo la strada, si incontra una piccolissima chiesa, intitolata a San Rocco, eretta nella seconda metà del XV secolo. Sebbene di dimensioni contenute, ospita diversi graffiti realizzati dai pellegrini, che vi sostavano diretti a Roma, e affreschi attribuiti ad un seguace di Lorenzo da Viterbo raffiguranti la Madonna della Melagrana con il Bambino, Santa Caterina, Sant'Egidio e Santa Rosa da Viterbo. Al proprio interno conserva la statua del santo, che viene portato in processione durante la festa patronale del 16 agosto.
Quello che fu l’edificio fatto erigere dal longobardo Re Desiderio, avvolge il visitatore in un abbraccio ideale.
Nello sperone su cui sorge, gli Etruschi innalzarono delle costruzioni e in seguito i Romani vi costruirono una villa di cui sono state trovate colonne ed altri reperti riconducibili all’epoca. Nell’ottavo secolo i Longobardi edificarono una fortezza, completa di fossato e ponte levatoio, che passò nel medioevo in mano ai Monaldeschi del Cane, ramo viterbese della nota famiglia, che la tennero fino a che, nel ‘400, ne fecero un palazzo rinascimentale.
Fu di proprietà, nel diciassettesimo secolo, della famiglia Pamphili, che diverrà Doria Pamphili nel 1700. Donna Olimpia Maidalchini, cognata di Papa Innocenzo X, colei che diede la propria impronta a Piazza Navona, e sul cui modello fece edificare il borgo di San Martino al Cimino, detenne la proprietà senza mai metterci piede. Suo figlio, sposato con Olimpia Aldobrandini Borghese, al contrario, arrivò a Montecalvello e alterò lo stemma Monaldeschi per rendere visibile il proprio: Pamphili. Dopo il ‘600 il palazzo non è stato più occupato per secoli, tranne come rifugio per le persone del paese dopo la guerra. Acquistato da un altro proprietario, venne poi venduto a Balthus.
Il castello non è facilmente visitabile se non in gruppo e accompagnati da una guida, la signora Anna Rita Propezi, reperibile tramite i contatti: 333 4912669 e annaritaproperzi@gmail.com . Noi abbiamo avuto il grandissimo privilegio di percorre i suoi tredici secoli di storia assieme al proprietario, un castellano d’eccezione, il Conte Stanislas Klossowski de Rola, figlio di uno dei più celebri esponenti d’arte contemporanea, Balthasar KÅossowski de Rola, noto come Balthus.
“Circa cinquant’anni fa, mio padre si trovava a Roma per restaurare Villa Medici e fu portato in questo luogo dal Principe Del Drago. Decise così di acquistare il castello che mostrava i segni della decadenza. Rimase sedici anni a Villa Medici e, quando i lavori furono terminati, si accorse che Montecalvello non era adatto alla propria salute per via delle alte temperature. Cercò così una dimora in Svizzera e finì per comprare la più grande struttura in legno d’Europa (lo chalet di Rossinière), costruita nel 1754, dove, nel 2001, morì”. Il racconto del conte ci chiarisce come il grandissimo artista giunse nel territorio della Valle del Tevere.
La figura di Stanislas Klossowski de Rola, impressiona e ammalia chi ha la fortuna di incontrarla. Molto alto, con il volto dai raffinati lineamenti e lunghissimi capelli bianchi raccolti in una coda rasta, abbigliato con vesti leggere e colorate, porta al collo e alle mani dei gioielli molto particolari certamente espressione di qualcosa in cui crede molto. La sua voce è profonda, con un elegante inflessione francese che rende gli elevati concetti che esprime ancor più nobili. L’eloquio appare, così, indiscutibilmente sublime.
Il grande ingresso della costruzione, pavimentato con mattoncini grezzi, prelude ad una grande scala che termina al piano nobile del castello. L’atmosfera esoterica imperna gli ambienti e il mobilio perfettamente adeguato allo stile vissuto.
Il salone principale, detto di Giove, decorato in occasione del matrimonio tra la principessa Angelica Giustiniani e Alessandro Monaldeschi, ospita un grande camino posto tra due luminose finestre; nella parte superiore, un affresco del ‘500. All’interno divani, poltrone e lampade. Da quel che appare, non facciamo fatica a capire che le stanze vengono vissute sia dai proprietari che dagli “importanti ospiti” che spesso vi alloggiano. Il conte ci fa notare sulla parete destra un affresco di Rosso Fiorentino e uno che rappresenta l’ultima fase di costruzione e ampliamento del castello, avvenuta attorno al 1580.
Il periodo che va dal 1400 al 1600 e oltre, ha arricchito lo stabile di preziose opere pittoriche. E’ nota l’importanza che le famiglie che ne furono proprietarie ebbero: questo fa sì che la proprietà possa fregiarsi di opere di artisti molto importanti non presenti in altre della stessa epoca, come, addirittura, Piero della Francesca.
Il nostro muoverci lungo i saloni, i corridoi e le stanze, ci ha visti ammutolire per lo stupore generato da meraviglie a cui non siamo certo abituati. Ogni stanza è differente dalle altre e possiede caratteristiche relative ad epoche e mani diverse. Non è stato difficile volare con la fantasia a dame e principi, cavalieri e servitori. Quanti piedi, stretti in calzature pregiate avranno calcato quei pavimenti? Quante voci avranno risuonato tra le pareti affrescate? Quanti occhi si saranno persi nelle valli che si estendono a destra e a sinistra. I nostri, sicuramente sì.
Affacciati alla loggia realizzata nel 1500 e affrescata dal belga Bartolomeo Spranger, artista protetto dal papa e dal cardinale Farnese, che lavorava al soldo degli Zuccari a Caprarola, sovrastante l’attuale sala da pranzo, gli sguardi hanno la possibilità di spaziare da Giove, in Umbria, a Bagnaia, passando per Bomarzo e Soriano.
Le pareti delle stanze hanno subito il nobile intervento di Balthus: ce lo fa notare il figlio. L’artista ha utilizzato una tecnica, scoperta a Villa Medici, che si accorda con gli affreschi contenuti e in grado di non stancare l’occhio.
Di seguito abbiamo visitato i numerosi ambienti, ammirato i cassettoni decorati, e gli occhi hanno continuato a divorare gioielli di ogni tipo, dagli specchi veneziani ornati in madreperla, alle antichissime spade, regalo di un re afgano nella sala delle tigri, ai letti di varia fattura, molti dei quali a baldacchino.
Annesso all’ala d’estate, uno spazioso salone, il “Salone Cinese”, conserva oggetti orientali compreso un variopinto gong e segna il confine con l’appartamento privato, naturalmente non visitabile.
Il conte ci ha accompagnati, poi, in un luogo magico, forse quello che ci ha affascinati in maniera più incisiva: lo studio del padre, posto all’ultimo piano del castello.
Introducendoci nelle numerose stanze, alcune delle quali utilizzate dagli ospiti, abbiamo sentito la temperatura aumentare in maniera graduale. Con molta probabilità la causa è stata l’emozione che stava crescendo al pensiero di trovarci al cospetto di un luogo che potremmo definire sacro.
Lo studio è illuminato da due grandi finestre, una della quali si affaccia sul borgo medioevale, che si estendeva fino alle torri del muro di cinta, ancora visibili. Attualmente è presente una sola fila di case.
Un tavolo, in fondo alla stanza, accoglie gli strumenti da lavoro del grande pittore contemporaneo. Pigmenti rossi e blu, con cui il maestro preparava i colori ad olio, giacciono sul piano in legno e una spatola vi affonda. Poco distanti, leganti di vario genere e un foglio di giornale datato luglio 1973: esattamente vecchio di quarantasei anni. A terra, polvere rossa; il conte ci raccomanda di porre attenzione a non calpestarla: è il segno tangibile del lavoro dell’immenso padre.
Scendiamo, lasciando con un po’ di dispiacere il luogo in cui ha trovato espressione il genio di Balthus e veniamo introdotti nelle due sale da pranzo: una più buia con volte a crociera, dove i proprietari cenano a lume di candela, e una più luminosa, dove viene consumato il pranzo. C’è anche una stanza per la “piccola colazione”, come la chiama il conte, cedendo all’appellativo francese, anch’essa con il soffitto a volta.
L’occhio ci cade su un affresco non troppo grande, opera di Giotto, scoperto in tempi relativamente recenti. Un’ulteriore perla, sicuramente la più pregiata, posta in questo luogo magico.
Nel grande atrio d’ingresso un’enorme litografia di Jacopo dei Barbari raffigurante la città di Venezia, talmente perfetta da sembrare fotografata dal drone. Di fronte, una porta si apre su ripidissime scale che conducono al luogo, generalmente interdetto alle visite, in cui si produceva il pane.
Tutti questi ambienti sorprendenti hanno costituito e costituiranno il set di diverse produzioni cinematografiche: l’ultima girata è stata “La luna nera”, prodotta da Netflix.
E’ sempre difficile congedarsi da chi ti ha arricchito, e lasciare quel luogo magico e il suo elegante proprietario, non ha fatto che confermare certezze di cui eravamo già in possesso.
Ci siamo fermati ad osservare le case, oramai disabitate del borgo, alle cui finestre sono ancora appese spesse tende di juta, la Chiesa di Santa Maria e le prigioni, quelle in cui venivano “messi a riposo” coloro che, quasi con certezza per sfamarsi, rubavano.
Allontanandoci abbiamo incontrato un bar, l’unico esercizio pubblico del piccolo abitato, che ci dicono sia stato chiuso.
Un altro tesoro era passato sotto i nostri occhi, emblema dell’arte e della cultura italica.
INIZIAMO CON IL MERAVIGLIOSO BORGO DI VITORCHIANO
(LINK DI SEGUITO) http://www.viterbox.it/rubriche/viterbox_15/vitorchiano-un-altro-borgo-da-visitare-tra-storia-fascino-e-tradizioni_2154.htm
PER POI PASSARE AL BORGO DI ROCCALVECCE CON IL SUO CASTELLO DEGNO DI LUNGHE E APPROFONDITE VISITE
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E COME NON VISITARE IL BORGO DI SANT'ANGELO CON I SUOI DISEGNI CHE CI RICORDANO LE FIABE!
SIPICCIANO, LA GLORIA DEI BAGLIONI
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LA FORTEZZA DI GRAFFIGNANO, INTRODUCE AL PICCOLO E CURATO BORGO CON AFFACCIO SULLA MACCHIA
(LINK DI SEGUITO) http://www.viterbox.it/rubriche/viterbox_15/graffignano-l-ultima-meraviglia-prima-dell-umbria_2264.htm
LA SORPRESA DI UN BORGO FANTASTICO: CIVITELLA D'AGLIANO
SAN MICHELE IN TEVERINA, UNA TERRAZZZA SULLA VALLE DEI CALANCHI
UNA TORRE NELLA TORRE ED UN MAGNIFICO BORGO A BASSANO IN TEVERINA
IL CALORE E LA TRADIZIONE A CASTIGLIONE IN TEVERINA