di Daniela Proietti
28 giugno 2019
Si dice che le rose, oltre ad essere tra i fiori più apprezzati, siano delle sentinelle. Custodiscono gli acini preziosi dei verdi filari che tracciano delle righe perfette sulle terre di collina.
Arrivando a Castiglione in Teverina da Bagnoregio, dopo aver attraversato il piccolo abitato di Lubriano che si ciba della vista della città che muore, il nostro sguardo si è posato sui colori dei roseti che preludono alle viti. Un antico casolare in tufo, guardava dall'alto i campi e la strada.
Il paese sorge su un promontorio calcareo, l’ultima propaggine dei Colli Volsini, a metà tra la Valle dei Calanchi e la Valle del Tevere, fiume di cui si apprezza, dall’alto, il sinuoso percorso.
La grande piazza del paese, punto di riferimento dei castiglionesi, costituisce un privilegiato osservatorio sul magnifico panorama che lo circonda.
Il Palazzo del Comune si oppone alla Rocca Monaldeschi, non visitabile perché privata, ed apre la via al borgo antico.
L’atmosfera è quasi irreale per chi proviene dalla città. I rumori sono pressoché inesistenti, e il silenzio è rotto soltanto dal suono proveniente dalle voci degli abitanti che stanno a testimoniare il carattere “slow” che è stato attribuito al centro laziale.
Le parole spese con amore e senso di appartenenza da parte del giovane sindaco, il dottor Leonardo Zannini, che ci ha accompagnati con grande cortesia durante la nostra passeggiata, ci hanno fatto comprendere il motivo per cui, alcune settimane fa, in un comune poco distante, venne evidenziato l’evidente campanilismo degli abitanti del centro che lui amministra. Sono presenti, difatti circa dieci associazioni di volontariato, i cui 400 iscritti si occupano, tra l’altro, dell’organizzazione della celebre “Festa del Vino dei Colli del Tevere”, la quale si svolgerà dal 7 all’11 di agosto e vedrà tavoli allestiti con i celebri vini locali e specialità culinarie tipiche del Lazio, come i salumi e la porchetta.
Castiglione in Teverina può fregiarsi di antichi origini, risalenti al periodo villanoviano sebbene siano stati ritrovati anche reperti di origine etrusca. Il periodo medioevale è quello in cui la sua identità si rafforza.
La rocca, sorta dopo la distruzione della poco distante Paderno, sembrerebbe che sia stata costruita da quattro persone provenienti da quattro diversi quartieri di Orvieto, al cui feudo Castiglione apparteneva. Si data l’edificazione della rocca, secondo alcune ricostruzioni al 1351, e le famiglie che vi si insediarono furono i Monaldeschi della Cervara prima e i Farnese dopo. Successivamente gli abitanti contrassero un debito allo scopo di ottenere l’indipendenza.
Addentrandoci nel cuore dell’antico abitato, abbiamo incontrato i fieri abitanti del borgo, che di certo non hanno disdegnato il saluto, e qualche gattone disteso all’ombra, nel proprio angolo di paradiso. Le tante vie della zona vecchia, e le abitazioni, realizzate nei quattro materiali diversi e rappresentativi del territorio (peperino, tufo, pietra di fiume e cotto), abbellite dai fiori ai balconi e ricche di testimonianze storiche, accompagnano il visitatore fino alle due chiese di San Giovanni. La più antica fu edificata attorno al 1100, mentre seconda ebbe origine in seguito all’incremento demografico del paese. Per immettersi all’interno della prima chiesa di San Giovanni, o meglio di quello che resta di essa, si deve oltrepassare un portone ligneo secolare. Su una parete è presente un affresco del XII secolo: non si sa con certezza se raffiguri un vescovo o San Martino. Sulla facciata di un palazzetto, spiccano i lavori eseguiti nel laboratorio di ceramica dai ragazzi del paese.
“Il turista, camminando da Piazza Poggetto fino a Piazza San Giovanni, ha la possibilità di appagare ogni suo senso, tra storia, religione ed enogastronomia” questa, in sostanza, è la ricca offerta illustrata dal sindaco Zannini.
Lo splendido panorama offerto dalla Valle del Tevere chiude la nostra visita al borgo antico e, voltate le spalle ad essa, abbiamo iniziato a risalire l’acclivio, per guadagnare nuovamente la piazza.
La collegiata dei Ss. Filippo e Giacomo, innalzata attorno al 1630, conserva al proprio interno un Santissimo Crocifisso ligneo del XV secolo venerato da generazioni di castiglionesi. Tale oggetto di culto rimane coperto per l’intero anno liturgico, salvo essere reso visibile la sera del 2 maggio, giorno antecedente l’importante ricorrenza religiosa in cui viene ricordato il miracolo che lo ha visto protagonista. Eccezionalmente può essere scoperto allo scopo di richiedere una grazia.
Si racconta, difatti, che nel 1702 un evento sismico piuttosto rilevante colpì la Valle del Tevere portando morte e distruzione. Si salvarono soltanto coloro che erano riuniti all’interno della chiesa in cui era il crocifisso. In seguito a quel tristissimo fatto, ogni anno viene portato in processione a suffragio al miracolo verificatosi.
Gli abitanti venerano anche la Madonna della Neve, di cui è testimone una chiesetta poco fuori il paese, nel territorio di Sermugnano, una delle due frazioni assieme a Vaiano, oramai quasi disabitate.
Partendo da Piazza Poggetto e percorrendo Corso Roma, si giunge ad un’eccellenza del territorio: il Muvis, il più grande Museo del Vino d’Europa.
Punta di diamante di Castiglione in Teverina e dell’intera zona circostante, l’enorme apparato si estende in ben due edifici per una superficie totale di 5000 metri quadrati. Oltre al museo sono presenti due sale: una per conferenze e l’altra denominata sala enoteca. Vi è inoltre una foresteria, che in collaborazione con la famiglia Cotarella, è ora sede della Scuola di Alta Formazione di Sala “Intrecci”.
Inizialmente le cantine, edificate nei primi anni del ‘900, appartenevano ai conti fiorentini Vannicelli che intrattenevano rapporti di mezzadria con i contadini castiglionesi, successivamente, nel 1939, vennero acquistate dal Conte Romolo Vaselli che, lungimirante, nel 1942, in pieno conflitto mondiale, iniziò una prestigiosa produzione vitivinicola che spaziava dai bianchi ai rossi fino ai vermouth e agli spumanti. Il complesso comprendeva anche un tabacchificio, un oleificio e un acetificio in cui hanno lavorato tre generazioni di Castiglionesi.
Il museo è nato dalla rivisitazione delle antiche Cantine Vaselli, chiuse nel 1994, che hanno esportato l’Orvieto doc. All’interno del Muvis, abbiamo compiuto una visita speciale accompagnati dalla preparatissima coordinatrice Danila Mele, che ci ha guidati nella discesa verso la “cattedrale”, la grande sala in cui sono contenute delle enormi botti ultracentenarie.
Al piano terra una spaziosa sala conferenze accoglie i visitatori e una massima capeggia: “Credo che molta felicità sia agli homini che nascono dove si trovano i vini buoni”.
L’autore, Leonardo da Vinci, non era uno qualunque e, circa cinque secoli fa, fece questa riflessione che, ancora una volta non possiamo che condividere: sulla fiducia soltanto però, perché data l’ora del mattino non abbiamo goduto delle inebrianti note del prezioso liquido.
A destra, in una stanza rettangolare, la Valle del Tevere si allunga sotto i nostri piedi. Un puzzle di mattonelle illuminate rappresentano questa zona dell’alto Lazio di Levante, e notiamo come i comuni di Civitella d’Agliano e Castiglione in Teverina siano prossimi all’orvietano, tanto che le loro uve possano andare a foraggiare le botti del riconosciuto Orvieto doc.
L’esplorazione prosegue verso i piani inferiori delle cantine, e il nostro stupore cresce in maniera inversamente proporzionale alle temperature che si fanno via via più basse fino ad arrivare ai gradevolissimi 13 gradi.
Botti di diverse dimensioni e fatture “arredano”, per usare un termine forse improprio ma giustificato dalla loro bellezza, gli ambienti poco illuminati: le bellissime “sorelle”, come vengono soprannominate da Danila e le botti ovali che serbano il San Giovese. La nostra esperta ci chiarisce che i lignei serbatoi sono stati costruiti dentro gli ambienti stessi. Alle pareti teche con gli strumenti utilizzati dagli enologi e bottiglie d’epoca di dimensioni diverse, tra cui spicca la “bombetta”, il tipico fiasco dell’Orvieto doc.
La nostra discesa culmina nella “cattedrale”, posta al piano -4, che deve il suo nome al proprio soffitto a volta. All’interno di questo freschissimo ambiente, sono allineate botti del diametro di ben tre metri, in grado di contenere 350 ettolitri di vino. A lato una porticina che guarda direttamente alla macchia e costituisce il condizionatore naturale.
Risalendo, facciamo attenzione agli effetti della differenza termica che percepiamo, e la nostra guida ci racconta che durante lo scorso anno circa 30000 persone si sono recate in visita presso questo prestigioso museo. Abbiamo incontrato anche il signor Mario Melillo, project manager, che si occupa di varie iniziative legate alla promozione del museo e di tutto ciò che circola attorno ad esso.
Al termine della nostra interessantissima visita, ci siamo resi conto che questa è un’eccellenza del territorio da cui non ci si può esimere dal visitarla, data la particolarità degli oggetti e degli strumenti contenuti.
Per effettuare tali visite, in cui si possono scoprire le varie fasi della vinificazione, partecipare a laboratori ed eventi e gioire di piacevoli degustazioni, è possibile contattare il numero 370 35 76 790 o la casella di posta elettronica welcome@muvis.it.
Inoltre, tutte le informazioni circa orari e costo del biglietto, sono disponibili sul sito www.muvis.it.
Congedandoci da Danila e Mario, ci siamo diretti verso Piazza Poggetto e la nostra vista è stata attirata dalla figura di un sacerdote. Con sorpresa abbiamo scoperto che si trattava di don Alfredo, il conosciutissimo e simpatico cappellano dei Facchini di Santa Rosa, da qualche tempo trasferito a Castiglione.
Questo, è stato forse il momento in cui abbiamo percepito più forte il calore che soltanto un piccolo centro è in grado di far sentire a coloro che lo vivono. Abbiamo scattato diverse foto di Don Alfredo in mezzo ai suoi parrocchiani: un simpatico signore baffuto che ha detto di essere il sagrestano, due ragazzi piuttosto giovani, e due signore, tra cui la proprietaria dell’Antica Salumeria Morelli, che vende ottimi prodotti norcini.
Era tardi, faceva molto caldo e avevamo le teste piene di parole, informazioni ed emozioni. Sapevamo di avere molte foto da scaricare e parecchio materiale su cui scrivere ma, nonostante il carico e la consapevolezza di dover percorrere parecchi chilometri per tornare a Viterbo, abbiamo avuto difficoltà ad interrompere la nostra piacevolissima conversazione con il sacerdote.
In quel momento la convinzione che nei paesini si viva bene è affiorata nelle nostre menti, così come la cognizione di aver trascorso ancora una volta delle ore in uno dei più begli angoli della Tuscia.
INIZIAMO CON IL MERAVIGLIOSO BORGO DI VITORCHIANO
(LINK DI SEGUITO) http://www.viterbox.it/rubriche/viterbox_15/vitorchiano-un-altro-borgo-da-visitare-tra-storia-fascino-e-tradizioni_2154.htm
PER POI PASSARE AL BORGO DI ROCCALVECCE CON IL SUO CASTELLO DEGNO DI LUNGHE E APPROFONDITE VISITE
(LINK DI SEGUITO) http://www.viterbox.it/rubriche/viterbox_15/il-gioiello-sulla-via-teverina-che-attende-di-essere-scoperto-roccalvecce_2079.htm
E COME NON VISITARE IL BORGO DI SANT'ANGELO CON I SUOI DISEGNI CHE CI RICORDANO LE FIABE!
SIPICCIANO, LA GLORIA DEI BAGLIONI
(LINK DI SEGUITO) http://www.viterbox.it/rubriche/viterbox_15/sipicciano-una-gemma-nella-valle-del-tevere_2196.htm
LA FORTEZZA DI GRAFFIGNANO, INTRODUCE AL PICCOLO E CURATO BORGO CON AFFACCIO SULLA MACCHIA
(LINK DI SEGUITO) http://www.viterbox.it/rubriche/viterbox_15/graffignano-l-ultima-meraviglia-prima-dell-umbria_2264.htm
LA SORPRESA DI UN BORGO FANTASTICO: CIVITELLA D'AGLIANO
SAN MICHELE IN TEVERINA, UNA TERRAZZZA SULLA VALLE DEI CALANCHI
UNA TORRE NELLA TORRE ED UN MAGNIFICO BORGO A BASSANO IN TEVERINA