Viterbo, 25 ottobre 2026
Scrivere di Sandro De Palma al passato mi costa una fatica che non riesco a risolvere con le parole che richiederebbe il mio incarico: perché oggi, insieme all'assessore che sa quanto Viterbo gli debba, c'è il musicista che piange un altro musicista, e pensa a quanto avrebbe ancora potuto suonare, a ciò che stava preparando mentre noi davamo per scontato che ci sarebbe stato tempo per ascoltarlo.
Sandro aveva scelto di dedicare a questa città una parte importante della propria vita, portandovi un'esperienza artistica che avrebbe potuto spendere ovunque e assumendosi la fatica di far nascere in me o alla nostra comunità e intorno alla musica qualcosa che durasse. Chi ha fatto questo mestiere sa quanto di sé finisca anche nella scelta di un programma, quanto possa raccontare di noi una pagina che desideriamo far conoscere, soprattutto quando dobbiamo convincere qualcuno a fidarsi del nostro desiderio di proporgliela.
Ne "I Bemolli sono Blu", nel lavoro dell'associazione Muzio Clementi, Sandro aveva dato spazio a quella curiosità, facendo incontrare il pubblico con interpreti importanti e musicisti giovani, cercando nel repertorio anche dove sarebbe stato più comodo passare oltre. A Palazzo Chigi questo lavoro aveva finalmente trovato una casa, entrando nella vita della città attraverso l'abitudine preziosa di tornare in un luogo per ascoltare.
Da assessore gli sono grato per la serietà di questo impegno, per aver considerato Viterbo una città alla quale dedicare il proprio pensiero musicale, mettendolo alla prova nell'incontro con il pubblico. So quanto una presenza del genere conti e quanto sia facile abituarsi a ciò che produce, fino a dimenticare che dietro un appuntamento che ritorna c'è qualcuno che ogni volta ricomincia a lavorarci, impegnando una parte della propria vita perché possa esistere.
Oggi, però, continuo a pensare alle sue mani sul pianoforte e a quella cosa che conosco così bene, il lavoro di una vita intera che per la durata di un concerto diventa presente, accade davanti a qualcuno e poi è già ricordo. Possiamo tornare ad ascoltare una registrazione e ritrovare un suono che ci aveva colpito, ma intanto l'artista avrebbe continuato a vivere e avrebbe forse cercato ancora, cambiando qualcosa che soltanto lui poteva sentire il bisogno di cambiare.
È anche questo che mi fa male nella morte di Sandro: tutto ciò che rimane interrotto, la musica che avrebbe ancora attraversato la sua vita e che attraverso di lui sarebbe arrivata alla nostra.
Alla sua famiglia e a chi gli ha voluto bene va il mio abbraccio, nel dolore che oggi condividiamo.
Alfonso Antoniozzi
Assessore alla Capitale europea della cultura