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Festival Nomadica 2026: l'arte di Fortunata Scarponi in mostra nel Cortile dei Priori

di Floriana Floris

Viterbo, 14 settembre 2026

Fortunata Scarponi con la sua mostra è il cuore pulsante dell’edizione 2026 del Festival Nomadica, una rassegna giunta alla sua seconda edizione e nata per raccontare il mondo attraverso il viaggio.

Con  le sue fotografie scattate in Giappone, alle Svalbard e in Madagascar, l'artista ci accompagna in un viaggio che è un vero e proprio contenitore di racconti, un'esperienza in cui lo sguardo cede il passo ai suoni. Il suo progetto intitolato "Abitare l'attesa", si distingue per la sua straordinaria accuratezza, un’opera che non è una semplice collezione di scatti geografici, ma rappresenta una vera e propria mappa dell'anima. 

Per scoprire come nasce questa ricerca e capire cosa c'è dietro le sue foto, le ho fatto qualche domanda:

"Abitare l'attesa" mette in dialogo contesti geografici e culturali estremamente distanti: come sei riuscita a trovare un filo conduttore visivo che unisse il ritmo ordinato del Giappone, l'umanità del Madagascar e il silenzio delle Svalbard?

Il filo conduttore non l’ho cercato nelle somiglianze tra i luoghi, perché Giappone, Madagascar e Svalbard sono profondamente diversi. L’ho trovato nel modo in cui le persone vivono quei momenti di sospensione che precedono qualcosa: una partenza, un incontro, un cambiamento, oppure semplicemente il passare del tempo. In Giappone l’attesa è ordinata, silenziosa, quasi geometrica; in Madagascar è più collettiva, intrecciata alla vita quotidiana, al lavoro e alle relazioni; alle Svalbard, invece, è la natura a imporre il proprio ritmo e l’essere umano deve adattarsi. Il filo visivo nasce proprio da questo: persone apparentemente ferme, ma inserite in un tempo che continua a muoversi. Ho cercato gesti, distanze, sguardi e relazioni con lo spazio che mostrassero non soltanto l’attesa, ma il modo diverso in cui ciascuno la abita.

Nella società frenetica di oggi, l'attesa è spesso percepita come un tempo morto o una seccatura. Qual è stata la scoperta più sorprendente che hai fatto osservando le persone in attesa in questi tre paesi?

La scoperta più sorprendente è stata capire che l’attesa non è necessariamente un tempo vuoto. Noi siamo abituati a considerarla quasi un fastidio e spesso cerchiamo subito qualcosa con cui riempirla. Osservando le persone, invece, mi sono accorta che durante l’attesa continuano ad accadere molte cose, anche se non sempre sono visibili. C’è chi guarda il telefono, chi conversa, chi lavora, chi osserva ciò che ha intorno e chi sembra semplicemente immerso nei propri pensieri. Mi ha interessato proprio la differenza tra “occupare il tempo” e “abitare il tempo”. Anche quando il corpo è fermo, dentro una persona possono muoversi pensieri, desideri ed emozioni. Per questo l’attesa, più che un’interruzione, mi è sembrata una soglia, un momento sospeso fra ciò che è appena accaduto e qualcosa che ancora deve iniziare.

Quale di questi tre luoghi ti ha messo più alla prova dal punto di vista fotografico nel catturare l'essenza dell'attesa, e come questa esperienza ha cambiato il tuo modo di approcciarti al viaggio?

Credo che le Svalbard siano state il luogo che mi ha messo maggiormente alla prova. In Giappone e in Madagascar l’attesa era più facilmente riconoscibile attraverso la presenza e i comportamenti delle persone. Alle Svalbard, invece, era più silenziosa e meno evidente, apparteneva soprattutto al paesaggio, alla luce, al clima e ai ritmi della natura. Lì ho dovuto rallentare e imparare a osservare diversamente. Anche un gruppo di persone fermo mentre le oche attraversano la strada diventa il racconto di un’attesa: nessuno cerca di forzare quel momento, perché è naturale lasciare che siano gli animali a stabilire il tempo. Quell’esperienza ha cambiato il mio modo di viaggiare e di fotografare. Mi ha insegnato a non cercare sempre immediatamente un evento, ma a rimanere dentro una situazione abbastanza a lungo perché sia l’immagine, in qualche modo, a rivelarsi

Il tuo progetto esplora l'aspetto umano dell'attesa. In che modo il contesto ambientale — il silenzio delle Svalbard rispetto alla folla giapponese — ha influenzato il tuo modo di interagire con i soggetti che hai ritratto?

Il contesto ambientale ha determinato sia la distanza fotografica sia il mio modo di avvicinarmi alle persone. In Giappone, soprattutto nelle stazioni e nei luoghi di passaggio, mi sono inserita nel flusso cercando di essere discreta. Le persone erano spesso raccolte nel proprio spazio, anche quando erano circondate dalla folla, e ho cercato di rispettare quella distanza. In Madagascar l’attesa era più condivisa, più legata alle relazioni, al lavoro e alla vita che si svolgeva nello spazio pubblico. Di conseguenza, anche il mio modo di fotografare è diventato più vicino e partecipe: l’incontro umano aveva un peso maggiore. Alle Svalbard, infine, le persone sembravano piccole rispetto all’ambiente. Ho sentito meno il bisogno di avvicinarmi e più quello di mostrare il loro rapporto con lo spazio. In tutti e tre i luoghi ho cercato di non interrompere l’attesa, ma di entrarvi con discrezione, osservando e lasciando che ciascuno continuasse ad abitare il proprio tempo.

Le immagini di Fortunata Scarponi saranno esposte nel Cortile dei Priori, in Piazza del Comune, a partire dal 16 settembre — con inaugurazione alle 17:30 — fino al 23 ottobre. Insieme alle sue opere, i visitatori potranno ammirare anche l'esperienza visiva e sensoriale raccontata dagli scatti del fotografo Marco Valentino, realizzati tra Turchia, Bali e Nepal.

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