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Scuola primaria, il paradosso dei vecchi diplomi magistrali e gli ingressi indiscriminati

di Daniela Proietti

Viterbo, 6 ottobre 2026

C’è qualcosa che non torna nella scuola italiana. E prima o poi bisognerebbe avere il coraggio di dirlo senza temere di disturbare equilibri, graduatorie e diritti acquisiti.

Un diploma magistrale conseguito entro l’anno scolastico 2001/2002 conserva valore abilitante per l’insegnamento nella scuola dell’infanzia e primaria. Questo significa che un titolo ottenuto oltre vent’anni fa può ancora consentire l’accesso all’insegnamento anche a chi, dopo aver lasciato l’istituto magistrale, ha trascorso gran parte della propria vita professionale facendo tutt’altro.

Ed è qui che nasce il paradosso.

Il problema non riguarda chi, con quel diploma, insegna da anni, si aggiorna, conosce la scuola e ha costruito sul campo una solida professionalità. Sarebbe assurdo mettere in discussione competenze maturate attraverso decenni di esperienza.

Il problema riguarda piuttosto chi riscopre quel titolo dopo venti o trent’anni trascorsi lontano dalle aule e si trova improvvisamente davanti a venti o venticinque bambini o davanti a un solo bambino, magari con disabilità.

La legge può riconoscere un titolo. Ma può un pezzo di carta certificare automaticamente una preparazione rimasta ferma per decenni?

La scuola primaria del 2026 non è quella degli anni Novanta. Sono cambiate metodologie, tecnologie, modalità di valutazione e organizzazione scolastica. Un docente deve conoscere inclusione, disabilità, DSA, BES, PEI e PDP. Deve confrontarsi con strumenti digitali, famiglie, specialisti e colleghi. Deve conoscere la normativa e, soprattutto, deve possedere strumenti pedagogici e didattici aggiornati.

Non basta ricordare ciò che si è studiato all’istituto magistrale molti anni prima.

Eppure il sistema rischia di produrre proprio questa contraddizione: riconoscere come potenzialmente pronto per una classe chi possiede un vecchio titolo, senza verificare quanto sia rimasto aggiornato professionalmente.

Naturalmente non si può generalizzare. Tra coloro che possiedono il diploma magistrale ci sono persone preparatissime, così come una laurea non garantisce automaticamente di essere un buon insegnante. Ma proprio per questo sarebbe necessario introdurre un criterio semplice: chi entra in classe deve dimostrare di possedere oggi, non venticinque anni fa, gli strumenti necessari per insegnare.

Il Ministero dell’Istruzione e del Merito potrebbe istituire percorsi specifici e gratuiti di aggiornamento per chi possiede un titolo abilitante datato e non ha maturato negli ultimi anni una significativa esperienza scolastica.

Corsi seri, non semplici adempimenti burocratici. Pedagogia, psicologia dell’età evolutiva, didattica dell’italiano e della matematica, inclusione, tecnologie, gestione della classe, normativa e tirocinio sul campo. Una sorta di percorso sul modello dei TFA, finanziato dallo Stato.

E la parola fondamentale dovrebbe essere "gratuito".

Perché esiste anche un problema economico. Formarsi costa. Master, corsi universitari e percorsi di specializzazione possono rappresentare una spesa importante, soprattutto per chi vive di supplenze. Se lo Stato pretende competenze aggiornate – e dovrebbe pretenderle – deve anche creare le condizioni perché possano essere acquisite.

C’è poi un’altra domanda, forse ancora più scomoda.

Quando mancano insegnanti, perché non consentire, con regole precise e un adeguato tutoraggio, un maggiore accesso alle supplenze a chi sta completando Scienze della formazione primaria o altri percorsi universitari realmente attinenti all'insegnamento?

Può sembrare provocatorio, ma il confronto è inevitabile: è sempre preferibile una persona che possiede un diploma abilitante conseguito più di vent’anni fa e non ha mai insegnato, oppure un laureando che sta studiando oggi pedagogia, didattica, psicologia e inclusione?

La risposta non può essere affidata soltanto alla data scritta su un diploma.

Questa non deve diventare una guerra tra laureati e diplomati, giovani e adulti, precari e docenti di ruolo. Sarebbe l’ennesima battaglia sbagliata combattuta all’interno della scuola.

La vera domanda è molto più semplice: chi tutela gli alunni?

I diritti acquisiti sono importanti. Ma esiste anche il diritto di un bambino di sei, sette o dieci anni a trovare davanti a sé un insegnante preparato per la scuola di oggi.

Perché un titolo può aprire la porta di un’aula. Ma, da solo, non dovrebbe mai bastare a dimostrare di essere pronti a insegnare.

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