di Daniela Proietti
Viterbo, 4 novembre 2026
“Il bosco non ha bisogno dell’uomo, è l’uomo che ha bisogno del bosco”.
Campeggia su un cartello in legno, incisa, questa frase che è divenuta, da qualche anno, al centro di un dibattito ecologico e culturale. II bosco, gli alberi, la natura, non sentono la necessità della presenza umana per vivere, o semplicemente per sopravvivere. Siamo noi che, invece, abbiamo l’esigenza di ricongiungerci ad essa.
Questa volta abbiamo scelto di camminare lungo un percorso pianeggiante, unendoci a un gruppo di persone con cui avevamo condiviso, in passato, alcune piacevoli esperienze.
L’appuntamento era nel parcheggio vicino al passaggio a livello in prossimità della strada che porta al Convento di Sant’Angelo, situato alle pendici del Monte Fogliano.
Una lunga strada costeggia il bosco, correndo parallela alla Via Cassia.
Il sentiero era piuttosto asciutto, la pioggia non cadeva da molto tempo. Quella domenica era una giornata di sole. La luce rischiarava un’atmosfera già di per sé molto serena. Non sapevo in quale direzione ci avrebbe portato il nostro cammino, non mi ero informata sul percorso tantomeno sulla meta.
Spesso mi piace farmi trasportare dall’ignoto. Mi accade anche quando visito le grandi città, Roma in particolar modo. I miei passi si interrompono per entrare in una chiesa, scoprire la sua storia e quella del Santo a cui è stata dedicata, oppure per ammirare un particolare di un palazzo o un’angolazione inaspettata.
La sorpresa è ciò che mi fa muovere, la voglia di nuovo anche se, non posso negarlo, adoro anche tornare laddove qualcosa mi ha colpito. Una sorta di ricongiungimento al passato, reale o ancestrale che sia.
Penso che la strada percorsa da noi abbia tracciato un angolo retto. Ci siamo mossi prima in direzione sud per poi tagliare verso ovest. Non ho tenuto conto dei dislivelli, credo siano stati quasi impercettibili o, forse, le conversazioni con gli altri partecipanti non mi hanno permesso di rendermene conto.
Il bosco, di tanto in tanto, si macchiava dei colori dei fiori che spuntavano tra la vegetazione e che creavano una discontinuità cromatica su quella che è stata una delle strade più importanti del Medioevo: la Via Francigena.
Chissà quanti pellegrini avranno calcato quei sentieri e se saranno stati protetti dalle fronde di alberi simili a quelli che ci stavano riparando. Me li immagino in accordo con la natura, abiti dai colori naturali, a volte malconci, impolverati. Un bagaglio racchiuso in uno straccio. Insomma, un’immagine da film.
Verso la fine del sentiero, dove gli alberi si facevano man mano più radi, si iniziavano a percepire anche i rumori della strada. Ci stavamo avvicinando alla Cassia e al traffico che porta con sé.
Una casa abbandonata, di quelle che mi affascinano tanto, segnava il punto in cui avremmo dovuto tagliare la via asfaltata. Mi sono soffermata qualche istante per osservare alcuni piccoli particolari. Vetri infranti e imposte scardinate. Il portone in legno, aperto per metà, era invaso da morbide felci. Poco distante una cappella, anch’essa in rovina.
Al di là della carreggiata, in direzione Vejano, si estendono ampi campi coltivati a nocciolo. Abbiamo camminato ai loro piedi, calpestando un fogliame non ancora maturo.
Lungo la via abbiamo incontrato grandi querce e, ai loro piedi, le ghiande sparse sul terreno.
La Francigena, in alcuni tratti, discende lievemente, attraversa appezzamenti di terreno coltivato, si incontra con la civiltà.
Un gatto sembrava aspettarci. Cercava qualcuno disposto a dedicargli un po’ di attenzione, pronto a ricambiare con tutto l’affetto di cui è capace, pur senza rinunciare a quell’aria di aristocratico distacco che contraddistingue i felini.
Di lì a poco, ci siamo trovati di fronte quello che un’altra civiltà, molto più lontana nel tempo, ha saputo realizzare.
Le Torri d’Orlando svettano nella solitudine della campagna viterbese, a testimoniare che proprio lì, un tempo, qualcuno ha voluto lasciare un segno del proprio passaggio. Un segno che, a distanza di secoli, continua a imporsi nel paesaggio.
Sono ciò che rimane di un passato lontanissimo, quando queste terre erano conosciute come “Vicus Matrini” e vi prosperavano importanti famiglie romane.
Intorno al I secolo dopo Cristo, le famiglie più facoltose fecero costruire imponenti mausolei per onorare i propri antenati e lasciare una testimonianza della propria grandezza.
Di quelle costruzioni monumentali oggi rimangono soltanto due testimonianze. La più imponente raggiunge ancora i sedici metri di altezza e conserva la sua struttura cilindrica, poggiata su una massiccia base quadrangolare. Un tempo, probabilmente, era rivestita di lastre di peperino. Lungo le pareti si distinguono ancora alcune nicchie destinate ad accogliere le immagini degli antenati. Siamo entrati al suo interno per scattare qualche foto. Sembra che la memoria scompaia se non viene confermata dall’obiettivo. Una luce fioca proveniva dall’alto, interrotta dalle fronde degli alberi che sono spontaneamente cresciuti alla sua sommità.
Poco distante si trova una seconda torre, dalla forma quadrata, che racconta una storia diversa. In epoca successiva, infatti, venne trasformata nel campanile di una chiesa dedicata a “Sancta Maria in campis”, della quale oggi non resta quasi nulla.
Ma queste torri custodiscono anche una leggenda. Si racconta che Orlando, il celebre paladino di Carlo Magno, fosse solito fermarsi proprio qui, insieme ai suoi compagni d'arme, per riposare all'ombra delle grandi querce che un tempo popolavano la zona.
Oggi quelle terre hanno cambiato aspetto. I pascoli e i campi coltivati a grano e vite hanno lasciato progressivamente spazio ai noccioleti.
Le torri, invece, sono rimaste. Solitarie, in mezzo alla campagna, continuano a ricordare il passaggio di uomini che, molti secoli fa, vollero affidare alla pietra la propria memoria.
E come Dante, e i luoghi da lui descritti, hanno segnato il cammino precedente, ancora una volta il paesaggio e le costruzioni incontrate mi hanno ricondotto alla letteratura e a quello studio che, forse per mancanza di tempo, forse a causa delle troppe distrazioni, non ho avuto modo di approfondire come avrei desiderato.
La Chanson de Roland, che soltanto a pronunciarne il titolo sa già di perfezione, è un poema epico cavalleresco, scritto da un anonimo, nella seconda metà del XI secolo. La narrazione, spesso attribuita a un certo Turoldo, racconta le gesta di Carlo Magno durante la guerra di Spagna. Il protagonista, il Conte Rolando sarebbe proprio colui che, secondo la tradizione, avrebbe riposato all’ombra delle querce che un tempo circondavano le torri.
Quelle stesse torri che sono in grado di unire la Roma Imperiale che le ha viste nascere al Medioevo che le ha avvolte nella leggenda, e il Rinascimento che, dopo il poema epico, ha consegnato definitivamente Orlando alla letteratura, attraverso due diverse opere, l’ ”Orlando Innamorato”, di Boiardo e il ben più celebre “Orlando Furioso” di Ludovico Ariosto.
La via del ritorno, come più volte mi è capitato di scrivere, sembra essere sempre più breve dell’andata, forse per il fatto che c’è più poco da scoprire. Si cammina, a passi più affrettati, buttando lo sguardo qua e là, in cerca di qualche particolare che potrebbe essere sfuggito agli occhi. Un albero dalle dimensioni imponenti, un anfratto, un sentiero che devia il percorso principale.
Era ormai giunta l’ora del pranzo. Era domenica e, lungo la strada, si intravedevano alcune case. Dalle finestre aperte provenivano voci, conversazioni che si sovrapponevano e il tintinnio delle stoviglie. Erano i rumori familiari del pranzo domenicale, quelli che raccontano di persone riunite intorno a una tavola e di una quotidianità che continuava a scorrere, mentre noi proseguivamo il nostro cammino.
Un breve tratto di strada ancora e saremmo giunti al termine del nostro viaggio, attraverso la natura e le testimonianze di un passato che continua a vivere nel paesaggio e che affonda le proprie radici nella storia della nostra civiltà.