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Scarpinate nel bosco: il Pozzo del Diavolo

di Daniela Proietti

Viterbo, 30 ottobre 2026

C’è più di un luogo nella Tuscia che evoca l’inferno. Non a caso, Dante, ha scelto questa terra come immagine per un fotogramma della prima parte della sua opera. Il Bullicame, nel XIV canto dell’Inferno possiede le forme, proprio, della sorgente viterbese.

Sulla dorsale del Monte Venere, che fa parte del comprensorio del Lago di Vico, si apre quello che viene chiamato il “Pozzo del Diavolo”.

Quando entra l’autunno, scatta la voglia di andarsene per boschi. Sarà per quella necessità primordiale di raccogliere il cibo per l’inverno che si affaccia o, semplicemente, per gratificare la vista con i colori caldi che dipingono la vegetazione.

 E se ad accompagnare il quadro compare anche una nebbiolina sottile, capace di confondere i contorni delle cose e di nascondere ciò che si trova pochi passi più avanti, la passeggiata può trasformarsi in qualcosa di diverso.

Soprattutto quando il sentiero conduce verso un luogo che, già nel nome, promette qualcosa di poco rassicurante.

Lasciata l’auto in un parcheggio sterrato, abbiamo percorso un tratto asfaltato per poi inoltrarci tra castagni e alberi di noci. A terra, diversi frutti erano lì a tentarci.

Il bosco si è aperto davanti a noi: un’enorme cupola che filtrava la luce grigia di ottobre. Soffici sentieri, per via dell’umidità regalata dalle recenti piogge, ci hanno condotti dinanzi ad un bivio.

Un po’ come accade nella vita, abbiamo dovuto scegliere in quale direzione andare. Naturalmente la via che prometteva di essere la più breve, era anche la più rischiosa perché piena di insidie tra cui tronchi abbattuti, fogliame scivoloso e pietre sulle quali l’umidità aveva reso precario ogni passo.

Camminare come farebbe un ragno, col baricentro del corpo basso, evita di rovinare a terra. È una tecnica che non richiede sforzo e che si mostra sempre efficace.

Durante il cammino, il ragno si è concesso il lusso di sollevarsi e, finalmente, lo sguardo ha incontrato le acque del lago. Un manierista, non sarebbe riuscito a rappresentarlo con tanta dovizia, sebbene la luce uggiosa lo avesse reso di un blu quasi metallico che per nulla entrava in contrasto con il verde, ancora intenso, delle chiome degli alberi.

Strana la visione che si ha del lago da lontano: i contorni che ne definiscono il perimetro, in forza alla loro ondulazione naturale, lo disegnano come se fosse appoggiato su un piano obliquo. Un concetto innaturale, un ossimoro per un liquido.

Più e più volte mi sono soffermata su quella visione, cercando di dare una spiegazione logica a quello che poi si è rivelato un effetto ottico.

Superate quelle che erano delle vere e proprie barriere lignee, siamo giunti ai piedi di una colata lavica. Com’è noto, il territorio che stavamo attraversando, fa parte di una grande caldera.

Risalire la colata è stato un attimo. I passi, misurati e attenti, si susseguivano senza sosta, spinti dal desiderio di avere conferma che la strada scelta, quella più breve, impegnativa e rischiosa, fosse anche quella giusta.

L’ultimo dei gradini rocciosi preludeva al pozzo. Una caverna. Profonda, che si apriva improvvisamente nel terreno. Buia. Misteriosa. Quasi impraticabile, se no da chi possieda braccia abbastanza forti da servirsi della corda fissata al suo ingresso per riguadagnare la superficie.

Mi sono limitata a osservare, con attenzione, l’interno, la sovrapposizione delle rocce, la vegetazione insinuatasi tra le feritoie, il terriccio smosso da qualche escursionista. C’era silenzio, nessuno che, in quella grigia mattinata autunnale, avesse avuto la nostra stessa idea.

 

A dispetto del nome, il diavolo non ha avuto alcun ruolo nella formazione di questa cavità. A crearla è stata la natura, circa 90mila anni fa, quando il Monte Venere era ancora teatro di un'intensa attività vulcanica. Una massa di lava particolarmente fluida, svuotandosi e successivamente collassando, ha lasciato nel ventre della montagna un vuoto che il tempo ha consegnato fino a noi.

Il Pozzo del Diavolo è una rarità geologica, è l'unica cavità del Lazio di origine interamente vulcanica. Si sviluppa per una quarantina di metri e raggiunge un dislivello di tredici. Numeri che, osservati dall'esterno, dicono poco della singolarità di questo luogo.

Eppure, a renderlo ancora più interessante, non è soltanto la sua origine. Molto prima che qualcuno pensasse di attribuirgli un nome tanto inquietante, altri uomini avevano già raggiunto questa apertura nella roccia. Lo testimoniano i frammenti di ceramica risalenti al Neolitico, rinvenuti durante le indagini archeologiche e databili tra il 5400 e il 4000 avanti Cristo.

È possibile che la cavità fosse considerata un luogo sacro, uno spazio nel quale stabilire un rapporto con ciò che non si poteva vedere e, forse, neppure comprendere.

Un pensiero che rende ancora più singolare la sua storia: quello che oggi chiamiamo Pozzo del Diavolo potrebbe essere stato, migliaia di anni fa, un luogo nel quale gli uomini cercavano il divino.

Per tornare a valle, abbiamo preferito prendere la via opposta a quella che avevamo percorso per salire. Abbiamo attraversato il bosco nella sua parte più ampia, quando gli alberi si diradano a causa dell’ampio raggio delle loro chiome.

Non c’è stata fretta sulla strada del ritorno. Di tanto in tanto ci siamo fermati a catturare con l’obiettivo gli scorci più originali e le atmosfere struggenti che il bosco propone.  A metà della discesa, un tronco sottile e lunghissimo, sradicato dalla furia di qualche evento, o dal tempo, ci sbarrava il cammino.

Un ostacolo che è divenuto, immediatamente un elemento essenziale per una scenografia dalle forme inattese.

Mentre riguadagnavamo il piano, il vociare di alcuni passanti ci ha raggiunti. Un fontanile spezzava la continuità di un paesaggio nel quale la mano umana non era ancora intervenuta.

Ci siamo incamminati per una via sterrata, lungo la quale correva una staccionata. Il Pozzo del Diavolo non era la meta, ma l'occasione per concederci alcune ore immersi in una natura che non ha bisogno di mostrarsi straordinaria per esserlo.

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